INDICE DEL CAPITOLO COS’È   LA   SEPARAZIONE   DEI   CONIUGI                 -               LA   CASA   FAMILIARE              -            IL   DIRITTO   DI ASSEGNAZIONE                 -                  L’AFFIDAMENTO   DEI   FIGLI            -            L’ASSEGNO   DI   MANTENIMENTO               -            L’ASSEGNO   PER   IL   CONCORSO   AL   MANTENIMENTO   DEI   FIGLI             -            LA      SEPARAZIONE   CON ADDEBITO               -                SEPARAZIONE   DEI   BENI   E   REGIME   PATRIMONIALE   DELLA   FAMIGLIA               -               RIMBORSI   E   RESTITUZIONI                  -               DIRITTI SUCCESSORI NELLA SEPARAZIONE      -     LA RICONCILIAZIONE     -     LE TASSE E  LE AGEVOLAZIONI FISCALI CLICCA SUI LINK DELL’INDICE  COS’È L’AFFIDAMENTO DEI FIGLI? È   il   provvedimento   con   il   quale   viene   stabilito   a   chi   spetti   il   potere   di   assumere   le   decisioni   relative   alla   cura degli interessi della prole minorenne dopo la separazione dei genitori. Colui che è investito di detti poteri dal provvedimento di affidamento è detto “affidatario”. Quasi sempre gli stessi genitori sono insigniti della titolarità di questo potere (diventando  “affidatari” ). Questo potere è conferito: 1 . dal giudice nella separazione giudiziale , 2 . dai   coniugi   stessi   in   quella   di   rito   consensuale    inserendo   tale   previsione   nelle   pattuizioni   con   le   quali regolano il loro rapporti successivi alla separazione. Nella   separazione   giudiziale ,   se   un   genitore   è   immeritevole   (ad   es.   tossicodipendente   o   che   ha   pendenze penali,   malattie   psicologiche   o   semplicemente   maltratta   o   trascura   gravemente   la   prole)   il   giudice   affida   i   figli esclusivamente   all’altro.   Se   entrambi   sono   immeritevoli   la   prole   può   essere   affidata   dal   giudice   a   terzi,   ad   es.   agli ascendenti consenzienti o, in rari casi, ai Servizi Sociali. Nella   separazione   consensuale    la   decisione   dei   coniugi   di   assumere   personalmente   i   poteri   che   derivano dall’affidamento,    stabilita    nelle    loro    pattuizioni,    è    sempre    sottoposta    al    vaglio    del    giudice    che,    dopo    aver verificato   l’idoneità   di   tale   decisione   alla   cura   degli   interessi   della   prole,   la   può   convalidare   o   meno.   Se   non   la convalida   dispone   l’estinzione   della   procedura   (cioè   la   conclusione   infruttuosa   della   procedura   di   separazione   che lascia   i   coniugi   non   separati   come   se   detta   procedura   non   fosse   nemmeno   iniziata).   Se   il   giudice   rileva   che   le condotte   di   uno   od   entrambe   i   genitori   procurino   un   grave   pregiudizio   alla   prole,   stabilisce,   anche   d’ufficio   (art. 336   c.c.;   337   ter   c.c.,   cioè   con   decisione   autonoma,   senza   che   sia   domandata   da   una   delle   parti)   la   decadenza   della responsabilità   genitoriale   o   l’allontanamento   del   genitore   immeritevole   o,   se   lo   sono   entrambi,   l’allontanamento della   prole   dalla   residenza   familiare   (art.   330   c.c.)   disponendone   l’affidamento   familiare   (agli   ascendenti,   ad   altre famiglie affidatarie, ai servizi sociali) e nominando per essa un tutore.  I   figli   maggiorenni    hanno   la   capacità   di   agire   a   non   devono   essere   affidati   ai   genitori.   Nella   separazione, con   riferimento   ai   figli   maggiorenni,   deve   essere   definito   solo   il   tempo   della   loro   permanenza   presso   ciascun genitore.  L’affidamento   determina   quindi   il   potere   di   assumere   le   decisioni   relative   alla   cura   degli   interessi   della   prole minorenne,   non   i   tempi   di   permanenza   dei   figli   presso   ciascun   genitore   (vedi   quarto   paragrafo   di   questo   capitolo) che devono essere separatamente stabiliti. L’attuale disciplina prevede due soli tipi di affidamento: quello condiviso e quello esclusivo. AFFIDO CONDIVISO E AFFIDO ESCLUSIVO     Come   abbiamo   visto,   l’affidamento   della   prole   conferisce   il   potere   di   prendere   le   decisioni   inerenti   alla   vita della prole minorenne.   Uno   od   entrambe   i   genitori,   al   di   fuori   delle   rare   eccezioni   descritte   nel   paragrafo   precedente,   in   occasione della separazione, conseguono, nei modi sopra indicati,  l’affidamento della propria prole. Quando   lo   conseguono   entrambi   si   ha   l’ “Affido”    o   “affidamento”    condiviso    e   il   potere   di   prendere   dette decisioni   (chiamato   anche   “potestà   genitoriale”    nella   previgente   disciplina   e   oggi   “responsabilità   genitoriale” )   viene esercitato paritariamente da entrambi i genitori detti coaffidatari . Quando   lo   consegue   uno   solo   dei   due   si   ha   l’“Affido”    o   “affidamento”    esclusivo   e   il   potere   di   prendere   le decisioni   di   seguito   descritte,   inerenti   alla   vita   della   propria   prole   minorenne,   viene   esercitato   unicamente   da   un solo genitore detto affidatario esclusivo . Il   regime   di   affido   preferito   dal   legislatore   è   dal   2006   quello   condiviso,   mentre   è   ancora   prevista   la   possibilità di    disporre    l’affidamento    esclusivo    a    favore    di    un    solo    genitore    per    motivi    particolari    (se    l’altro    genitore    è alcolista, tossicodipendente, maltratta i figli, ha pendenze penali, problemi psicologici etc.). In   caso   di   affido   esclusivo   ad   uno   dei   genitori   non   tutte   le   decisioni   sono   rimesse   a   lui.   In   particolare,   le decisioni inerenti alla vita della prole sono distinte dalla legge (art. 337 ter c.c.)  in ordinarie e straordinarie. ordinarie Le   decisioni   “ordinarie” ,   (Ad   es.   quando   i   figli   devono   rientrare   a   casa   la   sera,   se   possono   fare   un   viaggio   o   no, andare   ad   una   specifica   manifestazione   o   meno,   le   frequentazioni,   il   regime   alimentare)   sono   individuate   secondo un criterio residuale, cioè sono tutte le decisioni non definite dalla legge come straordinarie.  Con   l’affido   condiviso ,   le   decisioni   ordinarie    devono   essere   perse   dai   genitori   di   comune   accordo.   Se   manca l’accordo dei genitori vengono prese dal giudice (art.lo 337 ter c.c., comma terzo) . L’art.   337   ter   c.c.   comma   terzo   stabilisce   infatti   che   con   l’affido   condiviso   la   responsabilità   genitoriale   è   esercitata   da   entrambe   i   genitori.   Tale   articolo   prevede anche    che    “Limitatamente    alle    decisioni    su    questioni    di    ordinaria    amministrazione,    il    giudice    può    stabilire    che    i    genitori    esercitino    la    responsabilità    genitoriale separatamente” ,   cioè   che   prendano   in   modo   disgiunto   le   decisioni   relative   all’ordinaria   amministrazione.   A   contrario ,   si   ricava   che,   salva   diversa   disposizione   del giudice, con l’affido condiviso, le decisioni ordinarie devono essere perse dai genitori di comune accordo.    Con   l’affido   esclusivo    invece,   le   decisioni   ordinarie   vengono   prese   in   piena   autonomia   dal   solo   genitore affidatario esclusivo (art. 337 quater c.c.) . (Tale   previsione   ricalca   la   previgente   disciplina   (1975-2006)   che   prevedeva   che   “il   coniuge   a   cui   sono   affidati   i   figli   (affido   esclusivo)    ha   la   potestà   esclusiva   su   di essi”  (art. lo 155 co. 3 c.c. previgente normativa) e dunque prendeva da solo, in assoluta autonomia, le decisioni inerenti l’ordinaria amministrazione). straordinarie  Le   decisioni   c.d.   “straordinarie”    o   “di   maggior   interesse”    sono   tassative,   specificamente   individuate   dalla legge. Esse sono quelle relative a: 1. l’istruzione (ad es. quale scuola i figli devono frequentare), 2. l’educazione, 3. la salute (ad es. se dovranno sottoporsi ad una specifica operazione chirurgica o meno), 4. la scelta della residenza abituale del minore, (Alcuni tribunali considerano le decisioni inerenti al regime alimentare come di tipo straordinario poiché possono reagire sulla salute della prole). Le   decisioni   “di   maggior   interesse”   o   “straordinarie”   devono   essere   prese,   salvo   diversa   disposizione   del giudice,   sia   in   caso   di   affido   condiviso   (art.lo   337   ter   c.c.,   comma   terzo) ,   sia   in   caso   di   affido   esclusivo   (art.   337   quater   c.c. terzo comma) , di comune accordo tra i genitori. Se manca l’accordo, dal giudice.  A CHI VIENE AFFIDATA LA PROLE IN CASO DI SEPARAZIONE DEI CONIUGI? Dal   1975   al   2006   La   prole   dei   separati   veniva   affidata   esclusivamente   al   genitore   più   meritevole,   che   il giudice   individuava   nella   misura   del   93%   dei   casi   nella   persona   della   madre.   Ciò,   fondamentalmente,   perché esiste   una   letteratura   scientifica,   nota   ai   giudici,   che   afferma   che   la   madre   è   il   genitore   più   naturalmente   disposto alla   cura   dei   figli   e   perché   era   frequente   il   caso   della   madre   casalinga   che   aveva   più   tempo   da   dedicare   ai   figli onde   sarebbe   stato   inopportuno,   perché   foriero   di   ulteriori   liti,   conferire   i   poteri   decisionali   sui   figli   all’altro coniuge,   con   il   quale   i   figli   stessi   passavano   in   realtà   poco   tempo.   Esisteva   anche   l’istituto   dell’affido   congiunto che, per i motivi detti, era poco utilizzato. La   legge   di   riforma   del   2006,   ha   stabilito   che   il   regime   di   affido   ordinario   è   l’affido   condiviso.   Detto   regime, come   descritto   nel   paragrafo   precedente,   conferisce   pari   poteri   ai   coniugi   in   ordine   alle   decisioni   ordinarie   (e straordinarie) inerenti alla vita dei figli. È   rimasta   nella   nuova   disciplina   la   previsione   dell’affido   esclusivo   (art.   337   quater   c.c.)    che   il   giudice   dispone quando   rileva   che   uno   dei   due   coniugi   presenta   caratteristiche   che   sconsiglierebbero   la   disposizione   dell’affido condiviso.   Si   pensi   ad   es.   al   caso   in   cui   uno   dei   due   genitori   è   tossicodipendente   o   alcolista,   con   pendenze   penali   o problemi psicologici. In questi casi la prole viene affidata esclusivamente  all’altro. L’affidamento non determina la collocazione temporale dei figli presso ciascun genitore . COLLOCAZIONE TEMPORALE DELLA PROLE PRESSO I GENITORI SEPARATI Tra   il   1975   e   il   2006   la   prole   veniva   collocata   presso   il   coniuge   affidatario   esclusivo.   All’altro   coniuge   veniva riconosciuto   il   cosiddetto   “diritto   di   visita” ,   cioè   la   facoltà   di   vedere   e   tenere   con   se   la   prole   per   un   periodo   di tempo   determinato,   che   in   genere   corrispondeva   a   poche   ore   durante   la   settimana.   Tra   il ‘75   ed   il   2006   si   è   notato che   la   prole   di   una   coppia   separata   tendeva   a   formare   un   carattere   che   appariva   essere   una   clonazione   di   quello del   coniuge   affidatario   esclusivo   con   il   quale   la   prole   esclusivamente   conviveva.   In   sostanza   se   la   prole   osservava le   reazioni   ai   casi   della   vita   del   solo   genitore   con   il   quale   passava   la   quasi   totalità   del   tempo,   finiva   per   riprodurre le   stesse   reazioni,   duplicando   la   personalità   di   quel   genitore   con   conseguenze   potenzialmente   pregiudizievoli   per la   prole   che   ne   assorbiva   anche   gli   eventuali   difetti   caratteriali.   Pertanto   il   legislatore   nel   2006   ha   riformato   il diritto   di   famiglia   stabilendo   che   la   prole   stessa    ha   il   diritto   di   mantenere   un   rapporto   equilibrato   e   continuativo   con   ciascuno   dei   genitori”   (art.lo   337   ter   c.c.)    e   addirittura   “di   conservare   rapporti   significativi   con   gli   ascendenti   e   con   i parenti   di   ciascun   ramo   genitoriale”    in   modo   da   mostrare   alla   prole   le   reazioni   non   solo   di   entrambe   i   genitori   ai casi della vita, ma di più persone ed evitarle il problema sopra descritto. Con   la   riforma   la   prole   viene   collocata   non   presso   un   solo   genitore   ma   presso   entrambi   i   genitori   per   un tempo   che   dovrebbe   essere   tendenzialmente   di   pari   entità.   (Nella   prassi,   per   evitare   al   minore   un’interruzione drastica   delle   proprie   abitudini,   il   tempo   di   permanenza   della   prole   presso   ciascun   genitore   non   viene   mai   diviso in   periodi   di   entità   esattamente   uguale   ma   viene   ancora   individuato   il   c.d.   genitore   collocatario   prevalente ,   cioè un   genitore   che   passa   più   tempo   dell’altro   con   la   prole,   anche   se   la   divergenza   tra   il   tempo   che   la   prole   passa   con l’uno e l’altro dei genitori è drasticamente ridotta rispetto al periodo precedente la riforma). L’individuazione del collocatario prevalente ha rilievo per determinare l’assegnazione della casa coniugale.   Per   il   fatto   che   esiste   una   letteratura   scientifica   che   afferma   che   le   donne   sono   più   naturalmente   disposte alla   cura   dei   figli   rispetto   agli   uomini,   per   evitare   loro   un’interruzione   drastica   dell’intenso   rapporto   biologico   con la   madre   che   ha   la   prole   neonata   e   delle   relative   abitudini   maturate   con   la   figura   materna   nei   primi   anni   di   vita,   se i   figli   sono   ancora   molto   piccoli ,   la   collocazione   prevalente   della   prole   viene   riconosciuta   in   genere   ancora   oggi alla   madre.   (Ciò,   come   sopra   detto   sui   criteri   per   determinare   l’affidamento   della   prole,   in   assenza   di   circostanze, individuate    dalla    giurisprudenza,    che    sconsiglino    tale    soluzione:    madre    tossicodipendente    /    alcolizzata    / pregiudicata / afflitta da problemi psicologici / condannata per maltrattamenti a carico della prole).     Se   i   figli   non   sono   più   molto   piccoli,   per   determinare   il   tempo   di   permanenza   della   prole   presso   i   genitori,   si ha    riguardo    alla    cura    dimostrata    dai    genitori    nei    loro    confronti:    Se    è    dimostrato    che    un    genitore    tende    a trascurare la prole o è meno portato ad averne cura, la prole viene collocata prevalentemente presso l’altro. Se   entrambe   i   genitori   hanno   la   stessa   cura   si   ha   riguardo   alla   disponibilità   di   tempo   dei   genitori   stessi.   Uno dei   due   potrebbe   avere   orari   di   lavoro   che   lo   impegnano   per   un   tempo   maggiore   dell’altro   e   conseguentemente meno tempo da dedicare alla prole. In   genere   viene   conservato   lo   status   quo   se   già   sussiste   una   divergenza   tra   il   tempo   che   la   prole   passa   con   un genitore e con l’altro. Se   entrambi   i   genitori   sono   meritevoli   e   hanno   a   stessa   disponibilità   di   tempo,   può   essere   prevista   una permanenza della prole di pari entità presso ciascuno. Una   dettagliata   disciplina   del   tempo   di   permanenza   dei   figli   presso   i   genitori   (che   indichi   i   giorni   e   le   ore)   è lo   strumento   previsto   dal   legislatore   per   sollevare   i   coniugi   dall’onere   di   trovare   quotidianamente   un   accordo   su tale   disciplina,   nel   momento   in   cui,   per   il   fatto   delle   liti   che   li   hanno   indotti   a   separarsi,   non   sono   più   in   grado   di farlo. Detta   disciplina,   in   quanto   strumento   essenziale   volto   a   risolvere   il   problema   delle   liti   sorte   durante   il coniugio   è   pertanto   obbligatoria:   la   coppia   nella   separazione   consensuale   ha   l’obbligo   di   prevederla   nelle   proprie pattuizioni e viene sempre disposta dal giudice nella separazione di rito giudiziale. Il coniuge che non rispetta detta disciplina è soggetto a severe sanzioni .     POSSO AVERE LA COLLOCAZIONE PREVALENTE DEI FIGLI PRESSO DI ME SE NON HO RISORSE PER MANTENERLI? Si.   Per   il   fatto   che   il   giudice   può   spostare   le   risorse   familiari   da   un   coniuge   all’altro   con   lo   strumento   degli assegni   di   mantenimento    e   dell’ assegnazione   della   casa   coniugale ,   il   patrimonio   e   le   facoltà   reddituali   di   un coniuge   non   reagiscono   in   alcun   modo   sulla   individuazione   operata   dal   giudice   della   persona   meritevole   della collocazione prevalente della prole.    Addirittura,   sotto   la   previgente   disciplina,   la   prole   veniva   quasi   sempre   affidata   e   collocata   prevalentemente presso   il   coniuge   (la   madre)   che   in   genere   aveva   meno   risorse   proprie   per   mantenerla.   Anche   oggi   la   redditualità dei   coniugi   non   ha   rilievo   né   nella   determinazione   del   tempo   di   permanenza   della   prole   preso   i   genitori,   né   nella determinazione   dell’affidamento.   Se   il   coniuge   meritevole   della   collocazione   prevalente   della   prole   è   il   meno abbiente,   come   detto,   il   giudice   gli   assicura   adeguate   risorse,   ponendo   a   carico   dell’altro   genitore   un   assegno   di mantenimento e ove ne ricorrano i presupposti, assegnando allo stesso la casa coniugale. POSSONO DECIDERE I FIGLI CON QUALE GENITORE VOGLIONO VIVERE? I   figli   minorenni   non    hanno   la   c.d.   “capacità   di   agire”    e   non   possono   vincolare   il   giudice   ad   emettere   un provvedimento   che   rispetti   i   loro   desideri.   Si   pensi   al   caso   di   una   madre   casalinga   onesta   ed   integerrima   e   di   un padre   ricco   narcotrafficante   che   compra   ai   figli   il   motorino,   il   telefonino   top   di   gamma   e   costosi   regali   di   ogni tipo.    Se    i    figli    fossero    interrogati    dal    giudice    circa    il    genitore    con    il    quale    volessero    vivere,    probabilmente chiederebbero   di   essere   collocati   presso   il   padre,   per   assicurarsi   i   costosi   regali   che   offre   loro.   In   questo   caso ovviamente   il   giudice   affiderebbe   e   collocherebbe   invece   i   figli   esclusivamente   presso   la   madre,   cioè   disporrebbe –nel   loro   interesse-   esattamente   il   contrario   della   volontà   espressa   dai   figli   al   giudice.   Quantunque   la   prole minorenne   non   abbia   la   possibilità   di   decidere   sul   proprio   affidamento   viene   ascoltata   dal   giudice   se   maggiore   di anni   12   ed   anche   i   figli   infra-dodicenni   possono   essere   ascoltati   dal   giudice   se “capaci   di   discernimento”   (art.   337 octies   c.c.) .   Lo   scopo   di   questa   audizione   è   l’assunzione   di   informazioni   per   determinare   l’affido,   non   essendo vincolanti, come appena detto, per il giudice i desideri della prole minorenne.  Con    la    maggiore    età    i    figli    possono    decidere    autonomamente    cosa    fare,    anche    abbandonare    la    casa    di entrambi   i   genitori.   Se   entrambi   i   genitori   separati   vogliono   accoglierli   nella   propria   abitazione   la   prole   stessa maggiorenne   può   decidere   con   quale   dei   due   genitori   vivere.   Se   i   genitori   separati   non   vogliono   avere   i   figli maggiorenni   presso   la   propria   abitazione,   sono   obbligati   a   procurargliene   un   altra,   fino   al   termine   del   diritto   al mantenimento . POSSO DISATTENDERE IL PROVVEDIMENTO DEL TRIBUNALE SULL’AFFIDO DEI FIGLI ? Il   provvedimento   del   tribunale   o   quello   che   conclude   la   separazione   con   negoziazione   assistita   detta   anche regole, che i coniugi sono obbligati a rispettare, sulla gestione dei figli. Come   detto,   la   funzione    di   tale   provvedimento   è   infatti   anche   quella   di   sollevare   i   coniugi   dalla   necessità   di accordarsi   quotidianamente   sulla   gestione   dei   figli   in   un   momento   in   cui,   per   il   fatto   delle   liti   che   li   hanno   indotti a separarsi, non sono più in grado di farlo. Il   provvedimento   si   sostituisce   ai   coniugi   nel   determinare   chi   prende   i   figli,   quando,   la   misura   del   contributo economico   al   loro   mantenimento   etc.,   per   evitare   che   i   coniugi   possano   continuare   le   liti   a   causa   del   disaccordo   su tali   punti.   Evidentemente,   se   il   rispetto   del   contenuto   del   provvedimento   potesse   essere   disatteso   da   uno   dei coniugi, perderebbe del tutto lo scopo per cui è previsto dall’ordinamento. Proprio   perché   il   provvedimento   serve,   inter   alia,   a   risolvere   il   problema   del   disaccordo   sulla   gestione   dei figli,   la   Legge   prevede   che   ove   invece   i   coniugi   riescano   ad   accordarsi   su   tale   gestione,   gli   stessi   possano   derogare al   contenuto   del   provvedimento   (limitatamente   alla   disciplina   dei   rapporti   personali,   non   a   quella   dei   rapporti patrimoniali).   Ad   es.,   se   il   provvedimento   prevede   che   il   padre   debba   vedere   e   tenere   con   se   i   figli   il   giovedì,   è ammesso   che   i   coniugi   di   comune   accordo   stabiliscano   che   invece   li   prenda   il   venerdì.   Se   manca   o   viene   meno l’accordo   dei   coniugi,   deve   invece   essere   rispettato   il   dettato   del   provvedimento   perché   questo   possa   esplicare   la sua funzione sopra descritta. COSA SUCCEDE SE UN CONIUGE NON RISPETTA IL PROVVEDIMENTO DEL TRIBUNALE ? Come   sopra   detto,   è   possibile   derogare   per   accordo   tra   i   coniugi   alla   disciplina   dei   rapporti   personali   (con   chi stanno i figli, quando, etc.) stabilita dal provvedimento che definisce la separazione consensuale o giudiziale.   Se   un   coniuge   non   rispetta   la   disciplina   dei   rapporti   personali   in   assenza   del   consenso   dell’altro ,   può   essere denunciato   penalmente   e   può   essere   condannato   ad   una   multa   da   75   a   5000   €,   salvo   il   risarcimento   del   danno all’altro   coniuge.   Così   ad   es.   se   il   provvedimento   prevede   che   i   figli   debbano   essere   presi   e   tenuti   dal   padre   il giovedì,   la   madre   per   quel   giorno   può   evidentemente   organizzare   il   proprio   lavoro   o   il   proprio   tempo   libero.   Se   il padre    non    si    reca    a    prendere    la    prole,    la    madre    sarà    costretta    a    rimanere    con    figli    minorenni    perdendo un’opportunità lavorativa o ricreativa e subendo un danno che il marito è tenuto risarcire. La    disciplina    dei    rapporti    patrimoniali    (determinazione    della    misura    degli    assegni    e    del    tempo    del pagamento)   con   cui   il   giudice   ha   assicurato   sufficienti   risorse   economiche   alla   prole   -a   differenza   di   quella   dei rapporti personali- non può essere derogata per accordo tra i coniugi e deve essere sempre rispettata.      Vedi   qui    i   rimedi   previsti   dall’ordinamento   nel   caso   in   cui   un   coniuge   si   renda   inadempiente   agli   obblighi   che trovano    fonte    nel    provvedimento    di    separazione    consensuale    (ottenuta    in    tribunale    o    per    il    tramite    della negoziazione assistita o eseguita davanti al sindaco) o giudiziale. POSSO CHIEDERE, DOPO LA CONCLUSIONE DELLA SEPARAZIONE, LA MODIFICA DELLE CONDIZIONI DI AFFIDO DEI FIGLI O DEI TEMPI DI PERMANENZA DEGLI STESSI PRESSO I GENITORI? Si   è   sempre   possibile   chiedere   al   tribunale   di   modificare   d’imperio   i   tempi   di   permanenza   dei   figli   presso   i genitori   e   le   condizioni   di   affido   dei   figli   (o   domandare   da   parte   dei   coniugi   consenzienti,   congiuntamente   che   sia disposta   tale   modifica)   sia   che   queste   siano   state   stabilite   per   accordo   dei   coniugi   nella   separazione   consensuale sia che siano state decise dal giudice nella separazione giudiziale e ciò un numero illimitato di volte. Se   manca   l’accordo   delle   parti   sulla   modificazione   del   regime   di   affido   e   tale   modificazione   viene   chiesta contro   la   volontà   dell’altro   genitore   in   un   giudizio   contenzioso,   la   domanda   di   modifica   delle   condizioni   di   affido è   consentita   solo   se ,   successivamente   all’emissione   dell’ultimo   provvedimento,   siano   intervenute   delle   novità,   ad es. un genitore maltratta i figli o li trascura.  
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